Per decenni, l’amianto è stato una presenza silenziosa ma costante a bordo delle navi, sia mercantili che militari. I marittimi, inconsapevolmente, hanno vissuto e lavorato in ambienti saturi di fibre killer, respirandole quotidianamente. Solo oggi si cominciano a comprendere a fondo le conseguenze devastanti di quelle esposizioni.
Una scelta “funzionale” e letale
L’amianto è stato utilizzato in ambito navale per le sue eccezionali proprietà: era resistente al fuoco, all’umidità, agli agenti chimici e offriva un ottimo isolamento termico e acustico. Queste caratteristiche lo rendevano apparentemente perfetto per l’ambiente marittimo, dove il rischio di incendi e alte temperature è elevato.
Uno degli ambienti più contaminati era la sala macchine. Qui lavoravano i marittimi per ore, circondati da impianti bollenti che venivano isolate con l’amianto: nelle caldaie e nei sistemi di coibentazione per trattenere il calore e prevenire incendi; nelle valvole, pompe, turbine, tubature e guarnizioni, tutti componenti ad alta temperatura, soprattutto nella sala macchine.
Neanche le cabine, dove i marittimi dormivano, erano luoghi sicuri: l’amianto veniva utilizzato come isolante nelle paratie e nei soffitti. Ironia della sorte, anche nei dispositivi di sicurezza, come i guanti per le prove antincendio, si includeva l’amianto.
Un’esposizione silenziosa e continua
I marittimi vivevano in un ambiente dove l’amianto era parte del paesaggio quotidiano. Ogni manutenzione, vibrazione, lo stesso sistema di aerazione o il semplice deterioramento dei materiali poteva liberare nell’aria fibre invisibili, capaci di insediarsi nei polmoni e restarvi anche per decenni.
Oggi l’amianto è bandito, ma le sue conseguenze continuano a colpire. AMVA è nata per dare voce a questi marittimi, per sostenerli nel percorso di riconoscimento dei loro diritti.